La storia

Villar Focchiardo è un piccolo centro di circa 2.060 abitanti, collocato nella Media valle di Susa, alla destra orografica del fiume; comprende numerose borgate la maggior parte delle quali in area prevalentemente montana. Il paese si sviluppa nella zona montana per la parte più antica, e le numerose borgate sono situate anche verso il territorio pianeggiante, ove ora sorgono insediamenti artigianali e commerciali e le nuove residenze. Il territorio comunale conserva tracce d’insediamento preistorico forse dell’Età del Bronzo, ma non presenta tuttavia tracce di insediamento romano (come buona parte dei comuni della destra orografica della Dora). Dall’antichità ad oggi la presenza di una strada di comunicazione internazionale come la strada di Francia, ha condizionato molto l’identità dei villaggi valsusini, a causa del continuo passaggio di uomini, merci ed animali, oltre che altre entità impalpabili come virus, idee, papi, imperatori, soldati, carovane di mercanti, pellegrini, giullari. Villar Focchiardo non inglobò la strada e non diventò quindi un borgo, come accadde a S.Antonino e S.Giorio. Agli inizi del XIII secolo, la sua fisionomia è quella di un villaggio aperto, in cui ad un nucleo centrale, la Villa, fanno riferimento una serie di nuclei minori, sparsi in fondovalle e collina. Il centro ospita la chiesa e la domus signorile, dalle quali deriva la sua forza di attrazione. Nuclei abitati minori sono Banda, “Gravia”, Pasquerio, Chiapinetto, Castagneretto e Casellario. Le prime informazioni sul nome risalgono al 1001 con il nome di “Albereti corrispondente, probabilmente, alla località “Albareia”(o “Albareta”) citata più volte nelle documentazioni del comune e nel diploma imperiale di Ottone III, dove viene confermato a Manfredi il dominio sulla valle. La prima menzione con il nome di “Vilare Folcardi” risale al 1029 nel diploma concesso da Manfredi II per la fondazione dell’abbazia di San Giusto di Susa. Il primo nucleo insediativo, forse con il nome di “Albareia”, sorgeva nei pressi della Dora e della via francigena, ma probabilmente a causa dei frequenti straripamenti fu costretto a spostarsi lontano dalla via, verso l’interno. Ma la ragione principale del trasferimento fu probabilmente un’altra. Nei primi decenni dell’XI secolo i nuclei insediativi furono organizzati intorno al centro di una villa, ovvero una piccola azienda agricola signorile: Fulchard è un nome germanico di connotazione aristocratica. La prima famiglia nobile che ebbe diritti sul territorio di Villar Focchiardo furono i Visconti di Baratonia dalla Val Ceronda, che cedettero alcuni beni alla Prevostura di Oulx. La signoria durerà circa due secoli e fu di tipo funzionariale in quanto diretti eredi del potere arduinico. Insieme con la signoria dei Reano, che avevano anche loro dei diritti sulle terre, la signoria dei Baratonia entrerà nell’orbita dei Savoia. In seguito le due signorie persero i diritti acquistati da i “de Clusa”, poi dai Carbonello e dai Giaglione, fino all’arrivo dei funzionari sabaudi come i Bertrandi di Montemelian che possedevano di feudi di Bruzolo, Chianocco e S.Giorio. Il rapporto tra signori e popolazione li vede alleati sul comune fronte di contrasto nei confronti delle continue ingerenze da parte dei certosini. I certosini si erano insediati nel 1205 sulla montagna di Villar Focchiardo sulle terre donate da Enrico di Baratonia a Banda e a Monte Benedetto. La convivenza fu pacifica fino a che i certosini cominciarono ad ampliare le loro terre per il pascolo, i coltivi e i castagneti entrando in concorrenza e quindi in conflitto con la popolazione del borgo. Nel 1653 entrano in possesso dei diritti feudali i Carroccio del canavese che abbandonano il Palazzo, ovvero la casaforte del Baratonia, per costruire un castello fortificato sull’altura dominante il paese. Solo la posta e albergo della Giaconera era in stretto collegamento con la strada per la Francia e probabilmente ad essa collegata era Cascina Roland: un’antica cascina fortificata. Nel 1642 una discendente dei Felisi, Anna, che aveva sposato un Carroccio, e precisamente Tommaso Carroccio, capitano delle milizie ducali delle Valli di Lanzo, lasciò in eredità ai figli Pietro e Gabriele Filippo Carlo la sua parte del feudo, rendendola proprietà di tale famiglia. Pietro, senatore del Piemonte nel 1637, venne nominato Conte di Villar Focchiardo nel 1653, Presidente della Camera dei Conti nel 1662 e primo presidente Camerale nel 1664 Nel 1655 acquistò la maggior parte dei diritti feudali sul Villar stesso e in quell’epoca fece ristrutturare ed ampliare il Castello. Sposato dal 1935 con Anna Maria Gentile, figlia del conte di Buttigliera, ebbe ben 12 figli. Il primogenito “Bernardino” divenne conte di Villar Focchiardo nel 1667 ed il duca Carlo Emanuele II, alla morte del vassallo conte Claudio Grosso, gli concesse anche due terzi della metà di San Giorio, compreso il castello superiore, così egli divenne pure consignore di San Giorio. Nel 1669 gli venne concesso il titolo di conte Fiochetto e nel 1670 fu investito del feudo di Bussoleno, Castel Borello e Antignasco e quindi assunse la nuova denominazione di “Bernardino Carroccio Fiochetto”. Grazie alla dote portata dalla moglie diventò feudatario di parte di Castellamonte, Barbania, Brosso e Lessolo.

Appartenenti al casato dei Carroccio furono anche alcuni religiosi. I più importanti furono gli abati Carroccio che nei secoli XVII e XVIII onorarono con le loro attività non solo la diocesi di Torino ma anche tutto il Piemonte. Essi furono l’abate Ignazio Carroccio (detto “seniore), fratello del conte Pietro, l’abate Tomaso Carroccio e l’abate Ignazio Filippo Carroccio (detto “juniore” per distinguerlo dall’omonimo zio abate Ignazio) entrambi figli del conte Pietro e l’abate Tomaso Carroccio Fiochetto fratello del conte Pietro Ignazio. L’abate Tomaso Carroccio morì a 85 anni e fu dottore in legge oltre che canonico del Duomo di Torino ed abate di San Giusto di Susa.. L’abate Tomaso Carroccio Fiochetto, figlio di Bernardino, morì all’età di 76 anni e fu dottore in teologia, membro del Collegio di leggi, abate coadiutore del priorato di Santa Maria Maggiore di Susa, terzo componente del casato Carroccio nella carica di preposito del capitolo metropolitano di Torino, amministratore dell’Ospedale S.Giovanni di Torino ed infine nel 1728 fu anche Vicario Generale dell’Abbazia della Sacra di San Michele. L’abate Ignazio Carroccio seniore fu canonico della Chiesa Metropolitana di Torino e ne fu preposito dal 1658 al 1674. Fu investito di ragguardevoli abbadie, le più importanti quelle di San Mauro di Pulcherada e di Santa Maria Maggiore di Susa. Ricusò tre vescovadi per puro sentimento di umiltà. Fu elemosiniere di Madama Reale Maria Cristina di Francia, Cavaliere di Gran Croce, Commendatore e Procancelliere dell’Ordine dei S.S: Maurizio e Lazzaro. Accompagnò a Lisbona Maria Francesca Elisabetta di Savoia, sposa del re di Portogallo e fu inviato ambasciatore presso quella corte. Morì nel maggio del 1674 all’età di 57 anni e fu sepolto nel Duomo di Torino, al lato sinistro della porta minore, presso la cappella della Beata Vergine della Neve. All’abate Ignazio “seniore” subentrò nella prepositura di San Giovanni di Torino suo nipote e discepolo l’abate Ignazio Filippo Carroccio “juniore”. Egli fu eletto due volte vicario della diocesi, nel 1689 e nel 1713, intraprendendo una severa campagna moralizzatrice del clero stesso. Le virtù apostoliche dell’abate Carroccio “juniore” si divulgarono dal Piemonte a Roma. Infatti quando il Pontefice Innocenzo XI accordò, sul finire del secolo XVII, al principe Eugenio di Savoia l’investitura dell’Abbazia della Sacra di San Michele pretese che di tutta la giurisdizione spirituale e vescovile rimanesse perpetuo vicario generale l’abate Carroccio. Fu anch’egli abate di Santa Maria Maggiore di Susa e rifiutò lui pure due vescovati (Saluzzo e Vercelli) perché non si riteneva degno. Fu confessore della duchessa Anna Maria D’Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II, e poi prima regina di Sardegna. Ma l’opera più importante per la quale viene ricordato l’abate Ignazio Filippo Carroccio fu l’impegno e la sollecitudine che egli dimostrò per l’erezione del nuovo Ospedale di San Giovanni di Torino (l’attuale San Giovanni Vecchio), curandone i lavori per oltre venti anni. Egli contribuì alla sua costruzione anche con le sue sostanze personali e dando il suo consiglio per la formulazione del regolamento a vantaggio degli infermi ed al buon ordine degli assistenti sanitari. Alla sua morte, avvenuta nel 1716, all’età di 69 anni, egli lasciò la somma di £. 8.000 per l’onorario di un maestro a Villar Focchiardo, la medesima somma la donò per la costruzione della nuova Chiesa Parrocchiale a patto che essa venisse terminata entro venti/trenta anni dal suo decesso, in caso contrario la somma sarebbe stata devoluta a beneficio dei poveri dell’Ospedale San Giovanni. Altre 5.000 £. vennero donate al parroco di Villar Focchiardo per distribuire alimenti ai poveri del paese ogni primavera dell’anno o dei vestiti all’inizio dell’inverno. Al Seminario di Torino donò £. 6.300 per mantenere gli studi perpetuamente ad un ragazzo di Villar Focchiardo, in mancanza di questi ad uno di Bussoleno, o di San Giorio o delle Valli di Lanzo. Dopo la sua morte vennero realizzati due busti, uno posto sopra la porta minore del Duomo di Torino e l’altro sul pianerottolo del primo scalone del “Vecchio Ospedale di San Giovanni”.

Di epoche successive sono altre due famiglie: i Rumiano delle quali facevano parte il dottor Biagio Rumiano e “Giuvàn d’Rumian”.
Biagio Rumiano, figlio primogenito del Notaio Carlo Giuseppe Rumiano, si laureò dottore in medicina, chirurgia ed ostetricia nel 1853 e nel 1854 ottenne il diploma per l’esercizio della professione. Come benemerito della salute pubblica venne insignito della “medaglia d’argento dorato” dal Ministero della Sanità. Arruolato volontario nel Corpo sanitario dell’Esercito Sardo Piemontese partì per come medico per la Crimea nel 1855. Nel 1859 partecipò ad alcune battaglie della II^ guerra d’Indipendenza. Tra la seconda e la terza guerra d’Indipendenza il dottor Rumiano, oltre a fare il medico, si dedicò ai suoi studi ed alla ricerca di paleontologia, alle opere benefiche e filantropiche. Partecipò come garibaldino, direttamente al fianco di Garibaldi e del figlio Ricciotti alla terza guerra d’indipendenza e al ritorno fu fregiato della Medaglia dei Valorosi e con il grado di Tenente Medico. Dal 1867 tenne interrottamente la condotta medica del Villar rinunciando sovente ad una parte dello stipendio annuo per devolverlo ad opere filantropiche. Partecipò alla difesa della 3^ Repubblica Francese, portando, come volontario, i soccorsi a Parigi durante il suo assedio nel 1870-71 ed in Bosnia Erzegovina nel 1873. Dotato di una fibra d’acciaio e di animo ardito fu un fiero e provetto alpinista. Scalò il Monte Bianco, il Cervino, il Monviso e le altre punte più eccelse delle Alpi e dei monti della Savoia e della Svizzera. Ricoprì mansioni pubbliche quale sovrintendente scolastico e consigliere comunale. Intraprese viaggi in Oriente e fece costruire una delle più belle ville con parco della Valle di Susa del periodo, l’attuale “Palazzo Perone”. Nel 1899 cessò la sua professione di medico. Alla sua morte, il 12 giugno del 1900, nel suo testamento egli lasciò delle rendite al Circondario di Susa per l’istituzione di borse di studio a favore dei giovani poveri o di ristretta fortuna per il conseguimento di diplomi professionali, al Municipio per la Congregazione di Carità locale per la concessione di sussidi annuali ai poveri, per l’assunzione di una ostetrica con l’obbligo dell’assistenza gratuita alle partorienti povere, per l’attivazione di una condotta veterinaria, per le scuole, le strade, l’acqua ed i boschi del paese. Inoltre lasciò un contributo, il terreno ed il progetto per la costruzione di un Asilo Infantile.
Sempre appartenente alla famiglia fu Giovanni Rumiano detto “Giouva ‘n d’Rumian”, figlio di Giuseppe Antonio. Egli fu al servizio del re Carlo Alberto a Oporto e quando morì il re egli continuò a prestare servizio presso la Casa Reale come servitore di camera anche del re Vittorio Emanuele II°. Quando lasciò il servizio, in occasione del trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma, egli ritornò a Villar Focchiardo e dal 1874 ricoprì diverse volte l’a carica di consigliere comunale e di consigliere della Congregazione di Carità. Fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia dal re Vittorio Emanuele II.

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